Cinque poesie di Simona Elia

Tramonto sulla “Tana degli Arabi” (La Rabatana di Tursi)

Oggi sono sfinge
di terra arsa.
Muovo ponti di luce.
Nuda sulla terra.

Trattengo
d’un fiato
la volta
che ruota
attorno al mio viaggio.

Ho geografie di pietra
arrampicate sugli occhi.

Visioni meticciate di rotte:
cripta per Cristo e per briganti,
fossile d’altare a Maometto,
la Rabatana,
sulle creste irsute di Gea.

Oggi sono io
un santuario di voragini.

In bilico sulla crosta,
che intrude crepe al suo ventre,
calpesto con piedi di creta
girotondi di vie.

L’Appennino s’incoppa di vento
e mi naviga negli occhi
orli di tramonto.

***

Ebbra

Divorata,
come antilope fuggiasca,
caduta trafitta da rovinosa estasi.
Nessun canto.
Solo respiri
a cadenzare la notte,
gelida di buio,
gravida di sensi.
Come diamanti,
gli occhi
si fanno taglienti.
Faglie di burro e di glassa
al limitare sdrucciolevole
della coscienza.
Ebbra, la pelle,
s’inchioda al suo miraggio.

***

Cielo di fango

E stanotte lo hai spento
questo cielo di fango
sul mio capo flesso
di inchiostro e tenebra.
Ha tremato la volta
secca di stelle mute.
Ha taciuto il vento immoto
sui crinali spezzati illuni e bugiardi.
Se il Vero fosse fiele
in questa lunga notte
d’Amore nuovo e sempre vecchio
morrei avvelenata
alla luce caduca e gelida
dei lampioni divelti lungo il viale.
Dentro,
solo gemme di buio.
Nessun pianto osi lenire
il deserto cieco dei miei occhi!
Che taccia il firmamento,
posato lieve
sulla coltre sontuosa
di questo dolore
sordo.

***

Per giuramento

E ora è più nomade il mio cuore
sul terrazzo bianco,
assolato di te.
Quelle due perle di fuoco
si son fatte strada
nella conca scivolosa:
la polpa succosa
del mio sguardo sordo.
Non ti sento.
Non ti sento,
per giuramento.
Ho vietato a me stessa il declino ombroso
di quel passo di danza che retrocede.
Ho vietato a me stessa il gioco sottile
che ti saprebbe mio.
Nonostante….
Nonostante le lune, di cieli a madreperla,
si facciano di vento
e, scure, passino lievi
sotto gli occhi inquieti.
Ho vietato a me stessa
la coltre aulenta del respiro
che si fa nettare e incenso
e, sacro, discende i pendii
divorati da glicine e lillà
nel ventre squarciato delle mie valli
sopite, disattese.
Ho vietato a me stessa
il rigurgito affamato
e bramoso di sole
e la notte, sorella occulta,
mi ha accolto
con braccia distese e possenti.
Te ne vai,
lasciando a me
la follia di uno sguardo.
Così,
per giocare con te,
mi son giocata il cuore.

***

Quanti sorsi di cielo?

Quanti sorsi di cielo berranno ancora questi tramonti?
Tra le dita clessidre diafane
di porpora e sangue
e granelli di sole
a dileguarsi nel buio
e croci
e pugnali
e giochi feroci di luce
a inabissarsi
– barbari sanguinari-
nel petto.
Geometrie di sguardi
e corolle di voci
a scandagliare
labirinti sottili,
echi vibranti d’emozione.

Quanti sorsi di cielo berranno queste albe?
Tra le iridi stanche,
appannate di vento
e labbra dischiuse
di baci pensati,
alchimie voraci di sensi
e pupille dense.

Quanti sorsi di cielo berranno ancora queste ore convulse?
Ebbro di respiri
tace
il corpo sguainato,
livido,
affilato,
tagliente
di misteri e peccati.

Quanti Sorsi di Cielo berranno ancora i miei occhi?
…conficcati
nel sole bugiardo
che sbudella
e snerva tra le nubi
rantoli di colore
prima dell’oblio.

Quanti Sorsi di Cielo berrà ancora questa sete?
…che mai posa
randagia e selvaggia
come gatta crudele
che graffi il cuore
a brandelli nuovi
nel gioco perverso
del desiderio.

Quanti sorsi di cielo berrà ancora questa febbre impietosa?
…a mietere oro e luce
nel granaio sontuoso
e sordido dei gesti.

Quanti sorsi di cielo berrà ancora l’anima bugiarda?
…che appende
lembi sdrucciolevoli di me
ai contorni lontani
di lune nuove.

Come perdere alla roulette russa:
mentire allo specchio
e
nel suo riflesso
realizzare che è
ormai
troppo tardi.

By | 2019-09-03T11:44:18+01:00 Settembre 3rd, 2019|La finestra del poeta|